Sul welfare non osa nessuno
Il governo ha messo in cantiere un rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, con un onere annuo di 1 miliardo di euro. Resta però il rischio che un rifinanziamento di questo meccanismo emergenziale, senza una revisione dei criteri in base ai quali viene elargito, dia luogo di fatto a una forma spuria di salario minimo garantito a chi sia riuscito a entrare temporaneamente nel mercato del lavoro. Senza contare che lo stesso ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, si era impegnato nei suoi primi giorni di attività a modernizzare quei criteri. Cosa ne è stato di quell’impegno? Perché si ha paura di sfidare lo status quo del nostro welfare state?
4 AGO 20

Il governo ha messo in cantiere un rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, con un onere annuo di 1 miliardo di euro. Resta però il rischio che un rifinanziamento di questo meccanismo emergenziale, senza una revisione dei criteri in base ai quali viene elargito, dia luogo di fatto a una forma spuria di salario minimo garantito a chi sia riuscito a entrare temporaneamente nel mercato del lavoro. Senza contare che lo stesso ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, si era impegnato nei suoi primi giorni di attività a modernizzare quei criteri. Cosa ne è stato di quell’impegno? Perché si ha paura di sfidare lo status quo del nostro welfare state?
Eppure su un altro fronte, come la revisione delle cosiddette “pensioni d’oro”, lo stesso ministero osa eccome. La tosatura di queste pensioni verrebbe adottata per ragioni di equità (anche se Libero giustamente mette in guardia dalla possibilità che si scelga di finanziare un nuovo reddito minimo garantito o altri interventi sociali, come sugli esodati).
Eppure su un altro fronte, come la revisione delle cosiddette “pensioni d’oro”, lo stesso ministero osa eccome. La tosatura di queste pensioni verrebbe adottata per ragioni di equità (anche se Libero giustamente mette in guardia dalla possibilità che si scelga di finanziare un nuovo reddito minimo garantito o altri interventi sociali, come sugli esodati).
Eppure la tosatura non sta in piedi se rimane soltanto una modifica della struttura dello stato sociale, e non una riduzione della sua dimensione. La cui eccesiva entità è fra le cause principali per cui in Italia è così difficile ridurre il deficit e il rapporto debito/pil. D’altra parte la tesi per cui le pensioni sopra i centomila euro conseguite prima del passaggio al nuovo sistema contributivo sono per loro natura arbitrarie è priva di base perché anche il sistema “retributivo” in linea di principio commisurava le pensioni ai contributi pagati, sia pure con il mero criterio del numero di anni di versamenti. Se una revisione si vuole fare, essa dovrebbe riguardare le deroghe a tale principio, per le pensioni di ogni importo, dovute ad anzianità convenzionali, a promozioni arrivate subito prima del pensionamento per aumentarne la base, al calcolo della pensione su un contratto diverso da quello per cui sono stati pagati i contributi, e ad altri trucchi del genere. Sempre con l’avvertenza che le norme con effetto retroattivo, basate su presunte ragioni di equità, sono un pericoloso attentato al diritto di proprietà secondo la teoria liberale della giustizia.